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Podcast e giornalismo: questioni d’orecchio

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Giornalista di professione, Andrea Federica de Cesco ormai qualche anno fa ha deciso di sposare una nuova sfida: diffondere e creare cultura riguardo il mondo del podcast in Italia. 

Quando ha avuto la brillante intuizione di portare il podcast tra le righe del prestigioso giornale per il quale collabora, Il Corriere della Sera, Andrea de Cesco è stata tra le prime a parlare di podcast e soprattutto a farlo da un punto di vista giornalistico in Italia.

La sua rubrica sui consigli d’ascolto di 7, il magazine del Corriere, e la sua newsletter indipendente “Questioni d’orecchio” rappresentano ormai dei punti di riferimento di indiscutibile valore nell’ambito del podcasting italiano. 

Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere di intervistare proprio Andrea de Cesco per fare un punto della situazione sulla salute del podcast nel nostro Paese, chiedendole tra le altre cose quali sono i criteri in base ai quali seleziona accuratamente i contenuti audio da consigliare e una top 3 dei podcast da consigliare ai lettori del nostro blog. 

Ma ora lasciamo la parola proprio ad Andrea. 


Il colpo di fulmine con il podcast: “Veleno” di Pablo Trincia


Ciao Andrea, siamo appassionati lettori dei tuoi articoli e della tua newsletter dedicata al mondo dei podcast. Per questo motivo è davvero un onore averti qui. Per iniziare volevamo chiederti come e quando ti sei avvicinata al mondo dei podcast? 

Mi sono avvicinata al mondo dei podcast come è successo per molte altre persone con “Veleno” di Pablo Trincia. L’ho ascoltato in macchina e me ne sono innamorata fin da subito. Da quel momento ho iniziato a cercare altri contenuti podcast ma in Italia in quel momento c’era ancora davvero poco. Ho fatto il percorso inverso rispetto a Trincia: lui aveva ascoltato “Serial” e da lì aveva deciso di proporre in italiano un contenuto true crime basato su un fatto di cronaca italiano. Io invece da “Veleno” sono poi risalita a “Serial” e ad altri podcast prevalentemente in lingua inglese. 

Quindi è “Veleno” il contenuto che ti ha fatto innamorare del medium.

Sì, e l’elemento sorprendente è che “Veleno” a distanza di ormai 4 anni dall’uscita – era infatti il 2017 quando venne pubblicato – rimane uno dei podcast migliori che sia stato realizzato in Italia. 

Il problema secondo me è che il podcast in Italia viene da molti percepito come una sorta di “chiacchiera di troppo”, cosa che non è. 

In “Veleno” c’è moltissimo lavoro di indagine e di inchiesta. Se nel 2017 invece di “Veleno” fosse stato pubblicato un podcast mediocre, probabilmente non saremmo arrivati al punto in cui ci troviamo ora, in cui il podcast sta esplodendo.

E in questo momento sta molto probabilmente mancando un contenuto che sappia fare la differenza come è stato per “Veleno”, un contenuto che riesca ad attrarre anche persone esterne al mondo dell’audio.

veleno podcast intervista andrea de cesco

I vantaggi e i benefici del podcast come medium

Nell’analisi di Andrea de Cesco sui vantaggi e i benefici del podcast come medium emergono principalmente quattro caratteristiche:

  1. La sua capacità di creare un’atmosfera intima e un rapporto quasi di amicizia tra l’host e l’ascoltatore, se l’host è bravo a creare un rapporto di questo tipo. 

I podcast che funzionano sono quelli che riescono a farti sentire dentro la storia e quindi a coinvolgerti. Inoltre, proprio perché è un mezzo fatto di solo audio, nel podcast non hai quel filtro che a volte rappresenta il corpo. Perché il corpo può essere un grandissimo strumento ma anche una forte barriera. La voce invece avvicina. E puoi prestare il 100% della tua attenzione alle parole e ai concetti e non a tutto quello che c’è attorno.

  1. In secondo luogo, la sua capacità di fare leva sulla fantasia e l’immaginazione. L’immaginazione è sempre stata la forza della narrazione. Gli altri media non danno molta importanza a questo elemento, mentre il podcast fa da sempre leva sull’immaginazione. Ed è per questo motivo che la scrittura per podcast è una scrittura difficile, perché si tratta di una scrittura che deve portarti in un mondo che non esiste e che ogni ascoltatore costruisce in base alla propria sensibilità e percezione. Deve essere inoltre una scrittura che non dia per scontato che si riesca a seguire il filo del discorso in maniera chiara e lineare: servono delle ripetizioni che non sembrino ripetizioni ma che siano ben posizionate e che ti aiutino a continuare a prestare attenzione nei confronti di quello che stai ascoltando (non siamo di fronte ad un testo scritto in cui puoi tornare indietro se ti distrai). 

  1. In terzo luogo, la possibilità che dà di approfondire. Molte persone cercano i podcast proprio per approfondire. 

  1. In quarto luogo, l’elemento del multitasking. Puoi ascoltare un podcast mentre fai le pulizie, mentre cammini o fai sport, mentre ti rechi al lavoro in macchina. Anche se un elemento molto interessante a mio avviso è dato dal fatto che sono sempre di più le persone che ascoltano podcast senza fare nessuna altra attività. E questo perché è vero che il podcast permette il multitasking, ma è altrettanto vero che le altre attività in contemporanea all’ascolto non devono richiedere attenzione e concentrazione. Io per esempio ascolto moltissimo quando corro, faccio le pulizie e cucino ma ovviamente non ascolto podcast mentre lavoro. 

“Questioni d’orecchio”: la newsletter sui podcast di Andrea de Cesco

questioni d'orecchio newsletter Andrea de Cesco


Perché hai deciso di parlare proprio di podcast nella tua newsletter “Questioni d’orecchio” e nella rubrica del Corriere? E’ stato difficile soprattutto all’inizio parlare da un punto di vista giornalistico di un medium fino a qualche anno fa sconosciuto ai più?

“Questioni d’orecchio” è nata in origine come rubrica su Corriere.it nel 2018. Avevo proposto al responsabile della sezione tecnologia di pubblicare degli articoli dedicati al podcast e lui ha accettato. 

Il “problema” è che il Corriere ha un target molto generalista: non era un argomento così semplice da affrontare e sviluppare in pochi paragrafi. A partire da questa rubrica è così nata la newsletter, che da qualche mese a questa parte è diventata indipendente. Non viene più pubblicata su Corriere.it e questo mi permette di spaziare ancor di più sui consigli d’ascolto. Nel frattempo continuo ad avere una rubrica fissa dedicata ai podcast su 7, il magazine del Corriere dove ogni settimana consiglio podcast in italiano o in altre lingue. 

Non riscontro grandi difficoltà difficoltà nel seguire questo settore. All’inizio le notizie arrivavano soprattutto dagli Stati Uniti. Con l’evolversi del mercato in Italia sono cominciate ad arrivare molte novità anche dal nostro Paese. Da quel momento ho fatto la scelta di consigliare soltanto podcast in italiano. Ciò perché è un mezzo ancora poco conosciuto, aggiungere la barriera di una lingua straniera rischiava di chiudere ancora di più il settore. La maggior parte degli italiani non domina la lingua inglese, quindi si sarebbe aggiunto un problema di comprensione. 

Ho deciso di parlare di podcast perché non ne parlava nessuno. Sono stata la prima: ovviamente è stata una scommessa. Scommettere su una nicchia davvero ristretta si è rivelata però col tempo una scelta vincente. 

E ho ritenuto fosse importante parlarne da un punto di vista giornalistico, con tutto quello che comporta essere giornalista: la verifica delle notizie, la capacità di analizzare le fonti e avere uno sguardo il più aperto possibile. 

Così Andrea de Cesco ha conciliato podcast e giornalismo in “Questioni d’orecchio”


Come applichi la tua esperienza da giornalista in questo progetto?

La curiosità per prima cosa. Essere giornalisti significa essere curiosi, avere la voglia di scoprire cose che non si sanno, farsi domande. E significa anche andare a parlare con le persone che ne sanno più di te. 

Spesso i giornalisti si occupano di tematiche su cui non hanno competenza: il lavoro del giornalista non è sapere tutto bensì raccontare argomenti difficili o di cui si parla poco in maniera comprensibile e chiara per tutti. 

Un buon giornalista verifica poi sempre quello di cui scrive, va a informarsi se non è sicuro. Il rischio altrimenti, parlando di argomenti che non si padroneggiano, è di scrivere informazioni errate. Le interviste mi servono proprio per acquisire competenze e conoscenze che non ho. 

Il ruolo del giornalista può essere anche quello di individuare le figure chiave di chi è in grado di fare la differenza in un determinato settore, dimostrando anche il perché possa fare la differenza. 

Da giornalista, qual è il tuo segreto per ottenere delle interviste interessanti e con personaggi di spicco?

Non avere paura di fare domande banali. A volte si ha paura di fare domande all’apparenza scontate per timore di sembrare in questo modo stupidi. Invece, il segreto è chiedere. Perché se tu non sai una cosa è probabile che non la sappiano anche i tuoi lettori. 

Da domande stupide spesso nascono risposte molto interessanti. Mentre quando si va sul tecnico o l’arzigogolato si rischia di passare a un livello meno stimolante. 

Hai mai pensato di rendere la tua newsletter anche in formato audio? Renderla un podcast? Se sì per quale motivo? Se no per quale motivo?

Sì, ci ho pensato e soprattutto me l’hanno proposto diverse persone. Probabilmente in futuro lo farò, anche se credo che contenuti informativi – come quelli che faccio io – al momento abbiano più senso in formato scritto. Soprattutto perché i podcast sono ancora un mezzo di nicchia, e il mio obiettivo è arrivare a più persone possibile. 

Quali caratteristiche deve avere un podcast per essere consigliato ai lettori?


Nella tua newsletter “Questioni d’orecchio” offri ai lettori molti consigli d’ascolto e anche la possibilità per tutti i podcaster di inserire il proprio podcast all’interno di un form per attirare la tua attenzione e magari un giorno essere inseriti nella tua rubrica. 

Pensi che quello della discovery sia uno dei problemi principali del podcast oggi? Come può oggi un utente che naviga per esempio su Spotify trovare podcast davvero di qualità? 

Indubbiamente è fondamentale che il settore diventi ancora più mainstream e che ne parlino sempre più testate e persone che hanno una capacità critica di ascolto, in modo da consigliare – come succede nel mondo del cinema e della musica – cose interessanti.

Sono scettica invece sull’utilizzo degli algoritmi perché tendono a chiuderti in una bolla. Gli algoritmi rendono infatti ancora più difficile la scoperta nuovi contenuti, consigliandoti esclusivamente quelli affini ai tuoi gusti. La miglior forma di scoperta è il passaparola, oppure siti o testate con professionisti che ascoltano i podcast a livello professionale. Ritengo che la discovery sarà sempre meno un problema mano a mano che il mercato si allargherà.

Un ulteriore problema è la titolazione del podcast: ci sono podcast con titoli così assurdi che se anche li scrivi nella barra di ricerca di Google o nelle piattaforme di ascolto non li trovi facilmente. Perché non sono titolati in maniera utile ai fini della SEO, non hanno descrizioni ottimizzate. 

In base a quali criteri scegli i podcast di cui parlare e da presentare nella tua newsletter “Questioni d’orecchio”?

  1. La scelta del tema: se è un tema più o meno forte.

  1. Il modo in cui viene costruita la narrazione.

  1. La qualità dell’audio. 

Evito di consigliare podcast con audio di bassa qualità, soprattutto se il podcast è stato creato da una società di produzione e non da un podcaster indipendente. 

La parte tecnica è un elemento fondamentale affinché il risultato si possa definire buono. Il podcast è un mezzo che funziona sulla voce: quindi è importante concentrarsi sull’aspetto audio. 

Il futuro del podcast in Italia


Io sono ottimista, anche se questo è un momento in cui il podcast viene da molti percepito in maniera affine al tema della sostenibilità. 

Mi spiego meglio: ora tutte le aziende dicono di svolgere attività nel settore della sostenibilità perché è di moda farlo. 

E comincio ad avere la sensazione che si stia verificando lo stesso fenomeno per il podcast. 

Questo aspetto ha un risvolto sia positivo sia negativo. 

Quello negativo è che le aziende realizzino contenuti audio più per seguire il trend che perché ci credono davvero. Rischiando così di pubblicare prodotti di scarsa qualità, che fanno soltanto male al mercato. 

Il risvolto positivo è invece diffondere la conoscenza del mezzo. 

In generale, penso che il podcast continuerà a crescere. Quello che manca è un vero e proprio modello di sostenibilità economica. 

È fondamentale puntare molto sulla divulgazione e sulla creazione di un audience. Puntando sulla creazione di un audience più folta cresceranno anche gli investimenti pubblicitari e le cifre investite nel settore. 

Bisogna lavorare sulla divulgazione ma non esclusivamente attraverso i canali specializzati. Quello che ha fatto Selvaggia Lucarelli quando è andata su Rai Uno da Mara Venier e ha parlato al pubblico più generalista di cosa fosse un podcast probabilmente ha fatto molto bene al mercato. 

Dobbiamo parlare del mezzo in un contesto che non è il nostro, non raccontarcelo tra di noi. Bisogna diffondere il verbo. 

A nostro avviso anche il fatto che sempre più giovani facciano podcast è positivo: perché in questo modo vengono a conoscenza del mezzo anche le mamme, i nonni, gli zii e le zie, gli amici e così via. 

Concordo pienamente.

I consigli d’ascolto di Andrea de Cesco


Consiglio intanto un branded podcast. A volte si pensa erroneamente che un branded podcast sia soltanto pubblicità, ma non è così. Consiglio dunque “Sete” di osuonomio, un branded podcast di fantascienza nell’ambito climatico. 

Come podcast parlato consiglio “Cachemire”, davvero ben fatto e divertente. 

Mi è piaciuto molto anche “Evoluzione utile” che parla della teoria dell’evoluzione. È solo audio senza sound designing sotto ma la divulgazione è realizzata in maniera assolutamente efficace e precisa. 

Come bonus aggiungo “Le Ali di Vik” sulla storia di Vittorio Arrigoni, realizzato da un podcaster indipendente, Samuele Sciarrillo. Secondo me è un bell’esempio di come da soli si possa creare un contenuto di alto livello, pari quasi a quello delle case di produzione.

In un certo senso è preoccupante che un’azienda con tutte le risorse a disposizione possa creare un podcast qualitativamente peggiore rispetto a quello di un podcaster indipendente. Questo potrebbe comportare un danno di immagine, un effetto boomerang. 

Ed è per questo motivo che esistono realtà professioni nel mondo dei podcast come la nostra per aiutare le aziende a creare branded podcast di alta qualità.

Ringraziamo Andrea per questa piacevolissima chiacchierata e consigliamo tutti i nostri lettori appassionati di podcast di seguire la newsletter “Questioni d’orecchio”!

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