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Come creare un podcast: trovare una storia da raccontare

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Un’intervista esclusiva con Anita Panizza di Radio 24

E’ innegabile. Le storie ci affascinano fin dall’alba dei tempi, che siano nostre o di qualcun altro, reali o fittizie. Anche molte delle esperienze che abbiamo vissuto ce le ricordiamo sotto forma di storie, spesso le manipoliamo inconsciamente in base alla narrazione che delle nostra vita vogliamo fare. 

Persino gli stessi social, la versione forse più estrema della rappresentazione in storytelling della nostra vita, ci invogliano a considerare dei momenti digitali della nostra giornata sotto forma di storie: chi di noi non ha mai utilizzato la funzione storie di Instagram, per esempio?

Perché, diciamocelo chiaro, il potere che le storie hanno su di noi è incredibile: sono in grado di farci emozionare, di insegnarci qualcosa, di divertirci, intrattenerci e, persino, di cambiarci la vita. Ma non tutte le storie sono uguali e non tutte le storie ottengono lo stesso successo. 

Oggi abbiamo il piacere di intervistare una professionista che con le storie ci lavora quotidianamente da quasi 20 anni. Produttrice e redattrice di programmi radiofonici e podcast di grande successo, tra cui “Linee d’ombra” di Radio 24 e “Quella Svolta Che” con la nostra collaborazione per MINI Italia, Anita Panizza è perennemente alla ricerca di storie interessanti per il suo lavoro. 

A lei abbiamo dunque rivolto delle domande che ci aiuteranno ad approfondire meglio il mondo dello storytelling e dell’audio ma anche del rapporto esistente tra radio e podcast. 

I protagonisti dell’audio: radio e podcast

Nel racconto di Anita sul suo avvicinamento al mondo dei podcast, troviamo quelle caratteristiche che hanno accomunato molte delle radio ma anche dei giornali che si sono per primi cimentati con delle produzioni podcast

Ci racconta infatti che tra il gruppo di lavoro di Radio 24 si era attivata inizialmente «la modalità di prendere le puntate andate in onda e caricarle sul sito internet della radio per la fruizione on demand. C’erano dunque già in questa prima fase i germogli di quello che sarebbe diventato successivamente il podcast.» 

Oggi definiamo questa tipologia di podcast con il termine catch-up, ovvero un contenuto nato originariamente per un media e poi riproposto su un altro mezzo, in questo caso in podcast. Si tratta proprio di trasmissioni radiofoniche poi adattate alla tecnologia del podcasting e rese dunque disponibili on demand. 

In questa prima fase del podcast non abbiamo in realtà a che fare ancora con quelli che saranno poi considerati dei veri e propri podcast, ovvero contenuti audio originali e nativi, creati appositamente per il mezzo di comunicazione podcast. E ce lo conferma la stessa Anita: 

«Ovviamente oggi distinguiamo il fatto di caricare un programma radiofonico su un sito Internet da quello che invece è un podcast e dunque un contenuto audio originale e nativo. 

Più recentemente la distinzione si è fatta infatti sempre più netta e si è iniziato a parlare anche nel mondo radiofonico di podcast originali.»

Differenze e analogie tra radio e podcast

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Nell’analisi delle differenze e similitudini tra podcast e radio, Anita sottolinea l’importanza che l’esperienza in radio abbia per tutti coloro che si accingono alla creazione e produzione di podcast. Lavorare in radio infatti «permette di avere un allenamento e un’esperienza all’ascolto davvero fondamentali. L’allenamento all’ascolto serve proprio per sentire quali sono le giuste proporzioni tra il parlato e il silenzio, il suono e le pause. Anche la scrittura è diversa. La scrittura per un libro o per un programma televisivo è molto diversa dalla scrittura per l’audio che sia sotto forma di radio o di podcast.»

Sono infatti molti coloro che al lavoro in radio hanno poi aggiunto anche un’attività in podcast, proprio per la somiglianza tra questi due strumenti di comunicazione che sono entrambi figli dell’audio.

Per quanto riguarda le differenze tra radio e podcast, l’intervista con Anita ha messo in evidenza due principali caratteristiche differenzianti:

  • La radio può essere interattiva a differenza dei podcast. Ecco le parole di Anita:

«Il podcast supera la radio quando diventa un mezzo di comunicazione non interattivo e che quindi è in grado di attivare solamente un canale sensoriale che è quello dell’udito. Il fruitore del contenuto si mette “semplicemente” in ascolto. Questo “semplicemente”, in realtà, racchiude tantissime potenzialità. Nel momento in cui dobbiamo solo ascoltare e non abbiamo modo di interagire, di commentare, di urlare e di dire la nostra (come succede in particolar modo sui social), la nostra fantasia inizia a costruire le proprie immagini personalizzate che saranno sicuramente diverse rispetto a quelle di un altro ascoltatore. Inizia così un vero e proprio viaggio sensoriale. Se il podcast è infatti costruito bene oltre alle immagini ci arrivano i sapori, i colori, gli odori, i profumi, tutte quelle sensazioni e emozioni che, a detta di molti, solo l’audio può stimolare. L’udito è infatti il primo senso che viene attivato nella vita intra uterina, quando dunque il bambino è ancora nel grembo della madre. Probabilmente è per questo che l’udito è anche il senso che tocca le corde più profonde delle nostre emozioni.»

  • Una differenza e un vantaggio del podcast rispetto alla radio è anche la disponibilità di tempo. In un programma radiofonico in onda ci sono infatti delle rigidità dettate dal palinsesto e dagli inserimenti pubblicitari. Il podcast invece non presenta questi limiti. Anita infatti afferma:

«Nel podcast si può usare meglio il tempo, si possono usare degli interventi che durino più dei canonici 2-3 minuti della radio (in radio 2-3 minuti di intervista sono già considerati troppi perché c’è sempre un ritmo serrato). In un podcast puoi permetterti di dare più respiro allo sviluppo dell’episodio. Infatti, personalmente quello che non amo nei podcast sono le costruzioni e i montaggi molto serrati, senza un minimo di respiro in cui non senti una base, non ci sono dei momenti di silenzio e di pausa e in cui il tutto risulta essere quindi troppo compresso.»

La ricerca delle storie. Da dove si inizia e dove si arriva?

Anita rappresenta oggi nel mondo audio italiano una delle maggiori esperte di storytelling, avendo lavorato come producer su programmi che raccolgono e raccontano delle storie che emergono come le assolute protagoniste di questi contenuti. 

La ricerca o selezione di storie è dunque una costante nel suo lavoro di produttrice radiofonica. E lei abbiamo posto varie domande sull’argomento.

In base a quali criteri scegli le storie?

«Se parliamo di programma radiofonico, la mia mansione di ricerca delle storie consiste nell’avere ben chiaro l’obiettivo e poi iniziare la ricerca in base a quell’obiettivo. Mi spiego con un esempio del programma radiofonico “Linee d’ombra” per il quale lavoro. In questo caso specifico le storie ci giungono dagli ascoltatori, quindi non sono io a cercarle. Si tratta dunque più che di una ricerca di una selezione. 

Recentemente abbiamo selezionato una storia relativa a Rigopiano in occasione del quarto anniversario da quella tragedia. Abbiamo letto questa storia molto toccante e pertanto l’abbiamo scelta. A quel punto la seconda parte del lavoro consiste nel trovare una storia che in qualche modo si abbini a quella storia. Questo perché ogni episodio di “Linee d’ombra” è costituito sostanzialmente da due storie. Selezionata la prima storia, si ha ben presente quale sia l’obiettivo della seconda storia. Deve essere in qualche modo affine alla prima storia (non solo per somiglianza ma anche per contrasto). 

Come si selezionano le storie? Non si tratta di una questione di scrittura: se siano scritte bene o meno. Con una lettura e interpretazione adatta qualsiasi storia può risultare infatti molto interessante ed efficace. Quello che ci interessa (per noi di “Linee d’ombra”) è che contengano al loro interno la storia di un confine superato o che non si ha il coraggio di superare, in linea con il tema della trasmissione.»

Nel caso di un programma già ben strutturato e caratterizzato da un tema centrale di fondo, come “Linee d’ombra” di Radio 24, la ricerca e selezione delle storie avviene dunque in accordo con quelli che sono gli obiettivi e gli scopi della trasmissione. Questo è pertanto il primo criterio per capire quali storie possano essere adatte oppure no: fondamentale è dunque avere ben presente quale sia l’obiettivo per cui si vuole utilizzare e raccontare quella storia.

«Per quanto riguarda i podcast e i branded podcast, la ricerca delle storie avviene con un altro obiettivo. Si prende il prodotto e il servizio che è lo sponsor del podcast (il brand) e si cerca di capire in quale direzione individuare le storie da raccontare. Faccio un esempio concreto. Per il progetto MINI – “Quella Svolta Che” il branded podcast che abbiamo prodotto per MINI/BMW Group – dovevamo trovare una storia che avesse a che fare con il concetto di controllo a distanza che è proprio una caratteristica del prodotto MINI. 

Come trovo una storia sul controllo a distanza? Grazie al brainstorming. Senza vergognarti, tiri fuori qualsiasi idea ti passi per la mente in quel momento. Tra tante idee sbagliate prima o poi arriva l’intuizione giusta. 

Fondamentale per questa attività è leggere tanto, essere curiosi, approfondire. Io passo le mie giornate alla ricerca di storie che siano per la radio o per altri lavori che faccio. Tutte le volte che ho modo di leggere qualcosa mi chiedo se quello che sto leggendo possa essere una storia. Magari non so a cosa mi servirà quella storia o quando mi servirà, ma la metto da parte in un angolino della mia mente. 

Nel caso dunque dell’episodio sul “controllo a distanza” mi è tornata in mente una conversazione con un collega che tempo prima mi aveva detto di aver fatto un test del DNA con la saliva. Questa chiacchierata mi aveva incuriosito molto. 

In seguito, avevo visto un video su YouTube che pubblicizzava proprio una di queste società che testano il DNA tramite saliva e quando ho dovuto cercare una storia per MINI sul controllo a distanza mi è venuto in mente proprio questo concetto: il fatto di essere collegati a qualcun altro nel mondo. 

Così ho cercato su Google delle storie relative a “DNA” “ritrova famigliare” etc e mi sono imbattuta in questa storia pazzesca che secondo me è una delle più belle di questa serie di podcast di MINI: una ragazza coreana che ha scoperto tramite il test del DNA di avere una sorella, adottata in Danimarca, che in maniera del tutto incredibile aveva fatto lo stesso test salivare del DNA.» 

Anche nel caso dei branded podcast la ricerca delle storie è determinata dagli obiettivi che, attraverso di esse, si vogliono raggiungere. In “Quella Svolta Che”, il branded podcast che abbiamo prodotto per MINI/BMW Group, l’obiettivo era quello di mettere in risalto le caratteristiche della nuova MINI Full Electric tra cui il go-kart feeling, il design iconico e appunto il controllo a distanza. Partendo da queste caratteristiche del prodotto, il nostro team in accordo con Anita e altri professionisti del settore ha costruito una mappa di attributo-valore che permettesse di focalizzarsi su dei temi che fungessero da fulcro delle storie dei vari episodi. Ecco, in particolar modo, quello al quale fa riferimento Anita:

Alla base di un episodio così forte da un punto di vista di storytelling c’è dunque una storia di grande impatto, in grado di sorprenderci e farci emozionare. Ed ecco allora la domanda delle domande che abbiamo rivolto ad Anita.

Quali sono gli elementi che rendono una storia forte, una storia di successo?

«A parte delle storie pazzesche in cui succede qualcosa di incredibile e fuori dall’ordinario, quello che davvero rende una storia forte è la misura in cui la storia stessa ha in qualche modo a che fare con noi.

Per esempio, qualche settimana fa per “Linee d’ombra” abbiamo raccontato la storia di una donna che non poteva avere figli e di come ha superato il vuoto lasciato da un figlio che non è arrivato. Quella che apparentemente è una storia molto semplice e ordinaria, ha scatenato una valanga di commenti soprattutto da parte di donne che evidentemente hanno vissuto la stessa vicenda. 

Nella stessa puntata abbiamo abbinato la storia di una giovane donna che ha scelto di farsi sterilizzare perché non voleva avere figli e che quindi è andata contro lo stereotipo della donna-madre. Questa puntata ha raccolto tanti consensi: ha parlato del rapporto delle donne con la maternità sia in un senso che nell’altro. Ha coinvolto tutti. Perciò è proprio la misura in cui la storia ti aiuta a delineare la tua identità che la rende una storia di successo. La possibilità di immedesimarsi.» 

Esistono due tipologie di storie che possono colpire particolarmente il pubblico:

  • storie eccezionali, fuori dall’ordinario in grado di suscitare forti emozioni e lasciarci sbigottiti. La storia sulla “distanza” di “Quella Svolta Che” di cui abbiamo parlato prima rientra proprio all’interno di questa categoria. 

  • storie ordinarie e comuni, che proprio per la loro “semplicità” ci permettono di immedesimarci e rivivere, attraverso il racconto, delle vicende, dei temi che fanno parte in qualche modo di noi. 

Ascoltare o leggere storie non è un semplice passatempo: tramite le storie abbiamo l’opportunità di definire meglio la nostra identità, di imparare qualcosa e di essere attraversati da una gamma di emozioni in maniera accelerata e condensata. Per una professionista come Anita che con le storie ci lavora tutti i giorni, l’opportunità è davvero enorme. Seleziona e sceglie storie che, in alcuni casi, possono lasciare davvero un segno indelebile. Questo è il caso di una vicenda che l’ha segnata particolarmente.

C’è una storia tra tutte quelle che hai trattato che ti ha segnato nel profondo?


«Si. La storia di una mamma. Io sono madre e quindi questa storia mi ha colpito particolarmente. 

Una madre che raccontava dei problemi di apprendimento di una figlia. Intanto questa storia mi ha segnato perché mi ha permesso di venire a conoscenza dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Non sapevo che disturbi come la dislessia e discalculia fossero racchiusi all’interno di una categoria, DSA appunto, che individua dei disturbi specifici. 

Le cose che mi hanno colpito di questa storia sono almeno due. La prima è che questa mamma ha raccontato di quando sua figlia andava alle scuole elementari. La legge italiana non prevedeva il riconoscimento di questi disturbi e quindi sua figlia alle elementari a 6 anni si è ritrovata in una situazione in cui le maestre le urlavano contro perché lei non riusciva ad apprendere come gli altri.

Mi ha colpito molto il trauma che ha vissuto questa bambina e il fatto che questo trauma lo abbia subito proprio perché mancava la legislazione di riferimento. Oggi invece c’è questa legge e le scuole hanno dei protocolli specifici per il trattamento di questi disturbi. Un tema di cui non era a conoscenza e che quindi mi ha insegnato qualcosa, un po’ come tutte le storie.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’atteggiamento di questa mamma che si è approcciata alla difficoltà di sua figlia rinunciando a tutto il suo tempo libero: tutti i pomeriggi studiava 4-5 ore con la bambina mentre la notte lavorava in fabbrica, in modo da poter avere il pomeriggio “libero” da trascorrere con la figlia. Quindi un senso del sacrificio incredibile. 

Fino a quando proprio l’anno scorso la ragazza si è diplomata e ha scelto autonomamente la facoltà da seguire. E ha detto alla madre di essere pronta d’ora in avanti a farcela da sola. La mamma quando ha sentito che la figlia era diventata finalmente indipendente ha tirato un sospiro di sollievo. E, quello che tante mamme temono, cioè il fatto che i figli inizino finalmente a camminare con le proprie gambe, per lei è stato un vero e proprio sollievo: significava che aveva fatto un ottimo lavoro di madre e che sua figlia era pronta per affacciarsi alla vita. 

Quello che questa madre ha detto per riassumere tutta la sua storia è stato “voi dovete credere nei vostri figli sempre”. Questa cosa mi ha colpito molto perché tante volte i genitori si dimenticano di questo aspetto. I figli hanno invece bisogno dell’appoggio e dell’incoraggiamento dei propri genitori che spesso invece non arriva e questo crea delle conseguenze a livello psicologico molto importanti sull’autostima, crescita etc.» 

Non tutte le storie però risultano essere così efficaci e forti. Talvolta, nel lavoro di Anita, succede che una storia sembri adatta e interessante ai fini dell’obiettivo per il quale la si vuole utilizzare, ma che poi ci si debba ricredere successivamente. E ce lo racconta la stessa Anita.

Ti è mai successo di pensare inizialmente che una storia potesse essere adatta per poi ricrederti successivamente?


«Assolutamente si. Capita abbastanza spesso. 

Quando tu leggi una storia ricevi solo una parte di quel racconto. Nel momento in cui parli col protagonista hai invece modo di approfondire. Possono succedere due cose che rendono la storia non adatta. 

La prima è che questa storia abbia dei risvolti che tu non ti aspettavi e che la indeboliscono fortemente. Degli sviluppi interni, dei retroscena che l’autore della storia per renderla più interessante aveva omesso.


L’altro aspetto è quando ti interfacci col protagonista di quella storia e ti rendi conto che per qualche motivo quella persona non è molto comunicativa. Diventa dunque difficile poter procedere, soprattutto nel caso delle storie radiofoniche e dei branded podcast in cui la voce del protagonista deve essere messa in primo piano.»

Il boom del podcast

crescita del podcast dati

Nell’ultima parte della nostra intervista con Anita, abbiamo affrontato il discorso del podcast come mezzo di comunicazione e marketing in fortissima espansione, anche in Italia. Non solo sempre più ascoltatori ma anche sempre più persone che realizzano il proprio podcast personale, soprattutto tra i più giovani. Nell’interpretazione che Anita dà di questo fenomeno, vengono messi in evidenza tre fattori determinanti:

  1. In parte si tratta di un fenomeno dovuto ad un circolo virtuoso. Il podcast in questo momento sta andando molto di moda e quindi più se ne parla, più le persone lo vogliono fare. Questo può indubbiamente essere uno dei meccanismi che aumentano la popolarità del mezzo.

  1. In secondo luogo, il podcast è un contenuto fruibile in situazioni in cui altri tipologie di contenuti (libri, video, immagini) non possono essere fruiti. Non si può guidare leggendo un libro o guardando un video su YouTube. La caratteristica on demand dei podcast li rende quindi adatti ad un ascolto in multitasking, mentre si svolgono cioè altre attività.

  1. Il podcast non presenta l’interazione come sua peculiarità e proprio questa “mancanza” lo rende un contenuto così intimo e profondo.

     

«Il mezzo di comunicazione più immediato oggi è rappresentato dai social. Ma il social implica l’interazione e non sempre l’interazione è costruttiva o proficua. Quasi sempre è un’interazione basata sull’immediatezza, sulla possibilità di nascondersi dietro uno schermo, sulla superficialità. E non tutti hanno la forza di accettare e rispondere a delle critiche magari anche molto feroci. Il podcast ti dà invece la possibilità di comunicare a senso unico: costruisci il tuo contenuto con calma, lo ragioni, lo scrivi. Pubblichi un tuo pensiero, un tuo contenuto, una tua storia in maniera più ragionata e senza la possibilità di quell’interazione immediata che tante volte probabilmente spaventa e indebolisce più che rafforzare un contenuto (rendendolo banale e superficiale).»

Tips and Tricks di Anita Panizza

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Per concludere, abbiamo chiesto ad Anita, vista la sua grande esperienza nell’ecosistema audio, dei consigli per tutti coloro che oggi vogliono comunicare con i podcast e lavorare con le storie. Ecco la sua risposta piena di consigli e suggerimenti pratici:

«Io consiglierei come prima cosa di ascoltare tanti podcast. Questo è importante per farsi una cultura dell’audio, imparandone così il suo linguaggio: l’utilizzo dei suoni, dei silenzi, delle pause. L’impianto sonoro rende speciale il podcast.

L’altro consiglio è di documentarsi tanto e non dare mai nulla per scontato. Perché non è detto che chi ascolta sappia tutto quello che sai tu. Molto spesso oggi quando apri un quotidiano e leggi le notizie, se magari ti sei perso 2-3 giorni di news non ci capisci più nulla. Senza risultare prolissi, bisogna sempre pensare che chi ti ascolta magari lo fa per la prima volta. E non ha sentito le cose che hai fatto prima o non conosce la storia di cui stai parlando. Bisogna dunque sempre accompagnare chi ti ascolta nel viaggio che tu vuoi fargli fare.

Il podcast inoltre dà proprio la possibilità di instaurare un rapporto a tu per tu con chi ti ascolta. Quindi un’altra tecnica efficace e sempre più diffusa è quella di rivolgersi agli ascoltatori con il “tu”. Un rapporto che rende la comunicazione anche molto intima.»

Conclusioni

L’ultimissima domanda che abbiamo fatto ad Anita riguarda il futuro dei branded podcast.

Il podcast come strumento di marketing e promozione per i brand. Secondo te il branded podcast può essere il futuro della comunicazione e del marketing per le aziende?

«Assolutamente si. Secondo me il presente e futuro del marketing è questo: sorprendere, diversificare. Vince chi mi sorprende di più. 

Il branded podcast è un mezzo molto affascinante perché il podcast in sé è uno strumento assolutamente imbattibile di comunicazione per raccontare delle storie che al loro interno veicolino anche dei contenuti di marketing.» 

Si conclude così questo viaggio alla scoperta dell’affascinante mondo delle storie e dei podcast. Ringraziamo ancora una volta Anita Panizza per la disponibilità e per aver condiviso con noi di VOIS tutti i retroscena sul mondo dello storytelling. 

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